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I giorni del Fennec è disponibile su Amazon e CreateSpace

Il libro “I giorni del fennec” che racconta una serie di miei interventi risalenti a qualche anno fa, è stato finalmente pubblicato anche in veste cartacea da CreateSpace, un’azienda di Amazon.

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E’ stato scelto un formato brossura da 5 x 8 pollici, che espressi in centimetri fanno 12,7 x 20,32. E’ stampato su carta paglierina e comprende 350 pagine. Il codice ISBN assegnato al libro è 1495997448, l’EAN13 è 9781495997440. e il prezzo di copertina è di 13 dollari USA (circa undici).

Questo giallo/noir riguarda una serie di interventi che ho effettuato tra Africa, Italia, Europa dell’Est, Siria e Israele e, naturalmente numerosissimi ricordi di guerra.

Il libro è acquistabile in formato cartaceo sulla pagina di CreateSpace dedicata a “I giorni del Fennec” o in formato e-book sulla pagina di Amazon dedicata a “I giorni del Fennec” Amazon.

Un estratto dal primo capitolo de “Il paese delle donne”

L’alba fredda e livida aveva appena cominciato a diradare il buio della notte, quando il treno si fermò a Castelfranco Veneto, una delle stazioni di interscambio fra la linea Padova-Bassano e la Milano-Udine. Chiunque partisse da Milano per raggiungere Bassano del Grappa, doveva passare da Castelfranco.

Era in treno da diverse ore. Ormai il viaggio volgeva al termine, ma la fermata in stazione a Castelfranco e il cambio di vettura gli offrirono l’occasione per un diversivo. Nello scompartimento entrò un trio di business-men dall’inconfondibile accento lumbard.

I tre, che trovarono posto vicino a lui, erano subito risultati insopportabili. Erano tra i venticinque e i cinquanta anni, annegati in giacche color cane da megastore. Portavano cravatte annodate a carciofo, penne multicolori nel taschino, cuffiette per il lettore MP3, valigette porta computer, cellulari alla cintura come novelli Zeb Macahan. Uno di loro, il più basso, grassoccio e forforoso, ostentava una cartellina in similpelle dalla quale spuntava una copia spiegazzata de il Sole24Ore. Doveva essere il capetto. Un altro aveva i capelli rasati quasi a zero, mentre il terzo li aveva lunghi, unti e spettinati. Tutti e tre parlavano contemporaneamente ad alta voce, forse per vincere il volume dei rispettivi lettori MP3.

Dopo aver dato una rapida occhiata al gruppetto, Oscar sorrise impercettibilmente e rivolse lo sguardo alla campagna che scorreva fuori del finestrino. I tre si tolsero le giacche color cane, le sistemarono sul graticcio in alto e restarono in maniche di camicia. Il grassoccio ne indossava una a mezze maniche – un tempo doveva essere stata bianca – da cui traspariva la maglietta della salute. Le camicie degli altri due sembravano mongolfiere. Uno, in un triste quanto maldestro tentativo di essere stylish, aveva le iniziali ricamate sul polsino.

«Sediamozi qua, dèi, così ho lo spezio per appozzare la valizètta» esordì quello con l’abito color cane fulvo. Era impiccato in una cravatta dal nodo grosso come un carciofo. Oscar lo soprannominò mentalmente “Mezzemaniche”

«Figa, non ti rimetterai mica le cuffiètte dell’ipòd, vèèero? Che cazzo!» Fece l’altro con le penne di plastica nel taschino. Oscar decise che questo era “CazzoFiga”.

«Dai, baüscia, lo sèi che mi piace il rock» disse Mezzemaniche. «Ho tutta la collezione di Elvis! Sono un rockettaro sfegatato io. Adèsso apro anche il laptop, ho un checkmail del brief di ieri sugli assets. Sai che nella conference-call con gli olandesi abbiamo scoperto un threat a causa di un misunderstanding? Il capo del mio capo era furioso: il suo capo gli ha dato una bella lavata di capo.»

«Figa, non me l’aspettavo!» disse CazzoFiga il rasato. «Cazzo è un anno che lavoriamo insieme e non ti facevo metallaro.»

Il livello di sopportazione di Oscar per il prossimo ebbe un ulteriore, leggero calo.

«Macché metallaro, dèi» s’intromise il capellone che Oscar aveva ridenominato “L’Unto”. «Non ha detto mica Guns & Roses, Europe o Bon Jovi. Quelli sono asset da un milione di dollari a concerto! I loro consulenti finanziari fanno fatica con il cash-flow che devono gestire e vivono in conference-call perenne.»

«See, perché adesso gli Europe sono metallari?» incalzò CazzoFiga.

«I Guns and Roses fanno street rock non metal» pontificò Mezzemaniche.

«Zerto che voi due non capite un cazzo di musica!» finì l’Unto.

Rusty Jack, un altro cocktail modificato per il piacere di Oscar

Come già detto nel post “Il cocktail MiTo – Il drink che prende il nome dalle città di Milano e Torino“, sebbene Oscar Fantoni sia un personaggio rude e privo di inutili orpelli, ha gusti precisi riguardo a ciò che beve.

Un altro dei cocktail che preferisce è una versione “rinforzata” dello Straight Up Nail che, a sua volta è la versione senza ghiaccio del Rusty Nail, lo standard IBA, preparato con tre parti di scotch whisky ed una di Drambuie.

Oscar, prepara una versione ancora più speciale dello Straight Up Nail, denominata “Rusty Jack” e che prevede, tra i suoi ingredienti, tre parti di Jack Daniel’s e una di Drambuie.

Si prepara direttamente versando i due componenti in un bicchiere “old fashioned” raffreddato in ghiacciaia, ma privo di ghiaccio. Si mescola delicatamente senza agitare per evitare che il composto intorbidisca e si aggiunge una spessa fetta d’arancia e un twist di limone o, in alternativa, una ciliegina candita (ma Oscar non gradisce questo orpello da ragazzini).

Limitando la rimescolata si ottiene un fluido ambrato e arabescato il cui aspetto suscita sensazioni visive che accompagnano perfettamente quelle olfattive e gustative. E più si va avanti con il berne, più queste sensazioni tenderanno a rimescolarsi tra loro, donando un’ebbrezza prolungata e piacevole.

Meglio non andare oltre il secondo.

Mentre “rusty nail” significa letteralmente “chiodo arrugginito”, “rusty Jack”, riferendosi a persona, prende il significato di “Jack incazzato” oppure “Jack antiquato”. Ognuno scelga il significato che più gli si addice e poi si gusti in sequenza una coppia di questi ottimi torcibudella.

Va detto che gli ingredienti dell’RJ (come viene chiamato affettuosamente da Oscar) non sono propriamente scozzesi come nella ricetta originale, ma collegano attraverso l’oceano le due parti del mondo anglosassone: la Scozia del Drambuie e il Tennessee del Jack Daniel’s.

Bisogna ringraziare il principe Carlo Edoardo Luigi Giovanni Casimiro Silvestro Maria Stuart (meglio conosciuto come Charles Stuart) scozzese ma nato nel 1720, vissuto e morto nel 1788 a Roma, per aver inventato questa bevanda miscelata. Evidentemente gli influssi del mood italiano dell’epoca gli hanno stuzzicato la fantasia.

 

La serata a villa Ghiselli in compagnia di Nives

Nel frattempo erano entrati nella veranda del bar di Villa Ghiselli.

Oscar notò che era veramente un posto da sogno. Una tipica villa veneta il cui portico era stato rimodernato senza alterarne l’aspetto tradizionale. Era calda e ariosa al contempo e, dal poggio sul quale era stata costruita, la vista sulla valle toglieva il fiato. Nives consigliò di affidarsi al barman che – a suo dire – era tra i migliori della zona.

«Non serve ordinare, il mio amico Nicolò prepara i cocktail basandosi sulla fisionomia delle persone. Ad alcuni serve solo birra. E scadente, anche.»

Oscar, allora, si limitò a dire che non gradiva drink dolci con vino o frutta, facendo sbarrare gli occhi al barman. Quando Nicolò arrivò con i bicchieri, sul vassoio erano allineate una serie di ciotoline dal contenuto indecifrabile.

«Cosa sto per bere, Nicolò?»

«Un “Negroni sbagliato” che ho denominato MiTo. Due parti di Bitter Campari, due parti di Punt e Mes, una parte di gin Hendricks con l’aggiunta di una fetta di mandarino e un doppio lime-twist. Somiglierà a un sacco di cose che hai già bevuto, ma non sarà uguale a nessuna.»

«E con cosa me lo hai servito?»

«Mi fa piacere che tu abbia notato questa particolarità. Ci sono dei gherigli di noce con aggiunta di sale. Accompagnano per similitudine la china del Punt e Mes, e per contrasto il dolce del vermouth. I loro oli essenziali aiutano a rallentare l’assorbimento dell’alcool. Poi delle Noci Macadamia, anch’esse ricche di oli e, per finire, delle polpettine dolci fatte con fagioli di cacao e Fava Tonka. Mangiale nell’ordine nel quale le ho elencate.»

(Estratto dal capitolo 9 de “Il paese delle donne” di Ciro Iodice Napodano)

L’incontro con le Tre Madri al Convitto K

Prima di lasciare il braccio della donna, Oscar si sincerò che il polso continuasse a battere; quel potente mix analgesico poteva causarle un collasso. Fu allora che nella biblioteca del Convitto K si materializzò una scena grottesca e inquietante.

Tutte le porte che davano sui corridoi del piano terra si aprirono all’unisono, rivelando una silenziosa folla di giovani donne, tutte sotto la trentina. Alcune erano poco più che bambine. Tutte erano in evidente stato di gravidanza, indossavano una sorta di tunica bianca ed erano profondamente impaurite. Cautamente, a piccoli passi, si fecero strada nella biblioteca, posando con evidente curiosità lo sguardo sbarrato sui libri negli scaffali, sui quadri alle pareti e sull’enorme tavolo da riunioni.

Le tre Madri (da movieplayer.it)
Le tre Madri (da movieplayer.it)

Sembrava la prima volta che veniva loro concesso di entrare in quella specie di malvagia cattedrale. Alla vista del vecchio tramortito e del sangue sul pavimento, qualcuna si coprì gli occhi con la mano. A qualcun’altra sfuggì un gridolino di disgusto. Le più grandi abbracciavano le più piccole facendosi coraggio. Nessuna pronunciava una parola, nessuna osava guardare le due vecchie dritto in faccia. Quando l’enorme sala si riempì di giovani gestanti, un’altra porta, rimasta chiusa fino a quel momento, si spalancò fragorosamente. Sulla soglia apparve una bellissima donna dai lunghi capelli biondi, fasciata in un abito di seta nero che lasciava scoperte le spalle e il décolleté. Indossava scarpe dal tacco alto e sottile il cui colore argenteo richiamava i riflessi del prezioso collier che le cingeva il collo. Era stata lei che, con forza insospettata, aveva divelto la serratura e spalancato la porta.

Oscar la squadrò da capo a piedi.

La bellezza di quella donna era abbagliante, il suo sguardo profondo e magnetico lo fece sentire nudo. Tutte le ragazze osservavano mute, i loro sguardi fissi su di lei, che avanzò nella sala guardando dritto negli occhi Oscar. Sembrava una sfida tra duellanti, ma lui non si lasciò intimidire. Quando fu a meno di un metro, la donna esclamò ad alta voce: «Ma cosa volevi fare, povero imbecille? Credi davvero di poterci fermare, di sconfiggerci?»

(Estratto dal capitolo 10 de “Il paese delle donne” di Ciro Iodice Napodano)

Il cocktail MiTo – Il drink che prende il nome dalle città di Milano e Torino

Oscar Fantoni beve per placare i demoni che si dibattono dentro di sé.

I ricordi che ha accumulato nel corso degli anni, sono diventati veri e propri incubi che lo tormentano in ogni momento della sua giornata. La violenza alla quale è stato duramente addestrato deve spesso essere placata per evitare pericolosi eccessi.

Questo, però, non toglie che il rude agente speciale, abbia un gusto raffinato per le bevande alcooliche che assume, per la loro preparazione e per la scelta dei momenti in cui gustarle.

Il MiTo è una delle sue scelte preferite. Un cocktail che deriva dal più conosciuto e popolare “Americano”, ma che si differenzia da esso per il gusto più amaro e più tannico conferitogli da uno dei suoi ingredienti: il Punt-e-Mes.

Questo profumatissimo vermouth, prodotto originariamente dalla ditta Carpano di Torino, è composto – oltre che dal vino – da numerosi aromi – tra cui la china – che gli conferiscono il “mezzo punto” di amaro che lo caratterizza. In dialetto Piemontese, “punt-e-mes” sta proprio per “un punto di dolce (il vermouth) e mezzo di amaro (la china)”.

Miscelando in parti uguali il Punt-e-Mes torinese e il Bitter Campari milanese, si ottiene la versione del cocktail Americano preferita da Oscar Fantoni: il MiTo il cui nome prende spunto dalle sigle delle due città d’origine dei prodotti usati.

 

Un articolo di giornale può mettere in crisi le indagini

Andrea Caldana
Andrea Caldana

Sembrava che Andrea Caldana, il giornalista autore del pezzo a sei colonne, la sapesse più lunga di tutti, sugli avvenimenti delle ultime settimane.

Il giornalista conosceva i luoghi dei ritrovamenti, l’aspetto generale delle ragazze, la loro età, il loro stato, le mutilazioni rituali. Azzardava ipotesi, inoltre, facendo leva su un’intervista rilasciatagli da un criminologo veneziano, professore universitario di patologia medica.

Mocellin doveva avergli fatto leggere tutti i rapporti e quello lo ringraziava con una marchetta.

(Estratto dal capitolo 4 de “Il paese delle donne” di Ciro Iodice Napodano)

All’obitorio di Bassano del Grappa

Con la cicatrice in fiamme, Oscar puntò uno sguardo gelido, dritto negli occhi del malcapitato receptionist mentre gli strappava la cornetta di mano e la sbatteva nel suo alloggiamento. L’altro fece per protestare, ma Fantoni, con la mano destra gli strinse il cellulare fra le dita, trasformandone lo sguardo in una smorfia di dolore. Dopo avergli torto il braccio, facendogli mollare la presa sul cellulare, lo prese alla gola e lo trascinò al di qua del bancone. Poi sillabando, pronunciò le parole:

«Ascoltami, mezza sega, sono in viaggio da ieri sera per vedere i due corpi che hai qui in congelatore, per Diaz! Non ho più voglia di aspettare né di ascoltare le tue insulsaggini mentre ti ecciti al telefono e ti trastulli il pistolino. Apri quegli ibernatori e levati dalle palle.»

«Ma, io…»

«Tu andrai via di qua, stasera, felice, contento e con le tue gambe se apri adesso quei cosi. Se invece mi fai aspettare ancora, non te lo garantisco. Come ti chiami?»

«Luca.»

«Luca…» Oscar fece una pausa che sembrò eterna, «APRI. ADESSO.»

(Estratto dal capitolo 1 de “Il paese delle donne” di Ciro Iodice Napodano)

Una serata al Bar Danieli di Bassano con i “Leoni” di Edoardo e i profumi di Jessica

Jessica aveva mantenuto la promessa, si era cosparsa di Magie Noire. Oscar ne aspirò il bouquet prima di liberarla dalla stretta. Lei lo guardò sorpresa e divertita.

«Io ho già bevuto una birretta ma forse non sono fuori tempo massimo per l’aperitivo» spiegò Oscar.

«Tardi per l’aperitivo? A Bassano? Ma figurati! Adesso ti porto a bere il Leone»

«Il Leone? E cos’è?»

«Un cocktail dalla ricetta segretissima…»

«Per Diaz! C’ho i segreti nel sangue, io.»

Per un attimo gli arrivò alle narici l’odore di candele fumose, rivide vecchie sedie di legno e fu circondato dal silenzio di una sala da preghiera. Scacciò via il ricordo annusando l’aria intorno a Jessica che sapeva di ambra, muschio e gelsomino. Chissà se la sua pelle aveva il sapore di crema alla vaniglia.

«Io pensavo a una seratina con un panino e una birretta, non ero preparato per tutta questa eleganza» continuò affascinato.

«Sono fuori luogo?» civettò Jessica.

«Sei bellissima.»

«Allora andiamo? Monta su!» disse Jessica invitandolo a sedere sul sedile del passeggero.

Parcheggiata la coupé in un vicolo del centro, entrarono al Bar Danieli. Jessica doveva conoscerlo bene perché si rivolgeva al barman chiamandolo per nome e lui preparò due aperitivi Leone che definì speciali.

Edoardo Miotti del Bar Danieli
Edoardo Miotti del Bar Danieli

Poi rivolgendosi a Oscar si presentò: «Ciao, io sono Edoardo, Edo per gli amici.»

«Ciao Edo, io sono Oscar. Cos’è questo Leone?»

«Bevilo e te ne accorgerai. Ricorda vagamente l’Americano, ma è più buono.»

Quando Jessica lo riaccompagnò all’hotel Canova poco dopo l’una di notte, Oscar aveva bevuto due Leoni, cenato con fajitas de camarones, pescado y papas e bevuto caipirinha al Santa Fé, un ristorante messicano.

Aveva concluso la serata con un terzo Leone al Leon Bar.

Jessica aveva tenuto lontano l’incubo, aiutata dai Leoni e dal Magie Noire. La ragazza aveva al collo la sciarpa di cashmere che Oscar le aveva offerto per proteggersi dal fresco serale. Sceso dalla BMW nera, fece il giro della vettura, avvicinandosi al finestrino del guidatore. Cacciò la testa nello spazio lasciato libero dal seno di Jessica e aspirò di nuovo l’aria intorno, come a volerne fare scorta. Poi, girò il viso verso quello di lei.

 

(Estratto dal capitolo 3 de “Il paese delle donne” di Ciro Iodice Napodano)

Quella sera alla birreria “Ai buei” di Bassano del Grappa, con Riccardo e Andrea

Lo scortò all’ingresso della birreria “Ai Buei”, una birreria sui generis, ospitata in un condominio del centro storico di Bassano. Dall’esterno “Ai buei” sembrava un negozio di merceria, con le tende a fiori per oscurare le vetrine, ma i gruppi di ragazzi con il boccale di birra in mano, fuori del locale, lo indicavano, senza alcun dubbio, come un posto dove si beveva, e bene.

L'interno della birreria
L’interno della birreria

La fauna era la più assortita: ragazzi e ultraquarantenni affollavano il locale in un mix di generazioni e di culture. Rumorosi ma pacifici, trascorrevano la serata bevendo, ridendo e facendo battute. Qualcuno, appoggiato a un pilastro abbozzava anche qualche avance. Oscar, con Luca, si fece strada tra i ragazzi alticci che sostavano fuori e, finalmente, raggiunse il banco.
«Due medie» disse Luca.
«Meglio quattro» rilanciò Oscar.
«Cosa ci facciamo con quattro birre medie?»
«Le beviamo, cosa se no?»
«Ma è un litro di birra, a stomaco vuoto.»
«Ma sì, è acqua! E poi, dopo il primo sorso, il tuo stomaco non sarà più vuoto.»
L’omone barbuto, dietro al banco impiegò quasi due minuti a spillare alla tedesca le quattro birre medie HB.

«Per chi sono le altre due?»
«Per voi due» rispose Oscar indicando il barman e il suo collega che portava lunghi basettoni e una barba scolpita in maniera bizzarra.
«Grassie, ma ne gavemo xa do’ verte de ‘a del banco.» soggiunse quello
«Vuol dire che berrete quelle, quando andrete de ‘a e queste quando verrete de qua. Salute!»
Senza attendere altro, Oscar fece tintinnare i boccali in un brindisi goliardico, si attaccò al suo mezzo litro e ne trangugiò più della metà in una sola sorsata mentre Luca lo osservava meravigliato e divertito.

Nel frattempo anche il barista con la barba scolpita e i basettoni si era avvicinato e, mentre Oscar mandava giù la sua birra, impugnò il boccale, fece un cenno di cincin, un sorriso, poi tirò un sonoro rutto e attaccò a bere.

Oscar aveva appena conosciuto Ricky e Toiz.

(Estratto dal capitolo 2 de “Il paese delle donne” di Ciro Iodice Napodano)