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Un estratto dal primo capitolo de “Il paese delle donne”

L’alba fredda e livida aveva appena cominciato a diradare il buio della notte, quando il treno si fermò a Castelfranco Veneto, una delle stazioni di interscambio fra la linea Padova-Bassano e la Milano-Udine. Chiunque partisse da Milano per raggiungere Bassano del Grappa, doveva passare da Castelfranco.

Era in treno da diverse ore. Ormai il viaggio volgeva al termine, ma la fermata in stazione a Castelfranco e il cambio di vettura gli offrirono l’occasione per un diversivo. Nello scompartimento entrò un trio di business-men dall’inconfondibile accento lumbard.

I tre, che trovarono posto vicino a lui, erano subito risultati insopportabili. Erano tra i venticinque e i cinquanta anni, annegati in giacche color cane da megastore. Portavano cravatte annodate a carciofo, penne multicolori nel taschino, cuffiette per il lettore MP3, valigette porta computer, cellulari alla cintura come novelli Zeb Macahan. Uno di loro, il più basso, grassoccio e forforoso, ostentava una cartellina in similpelle dalla quale spuntava una copia spiegazzata de il Sole24Ore. Doveva essere il capetto. Un altro aveva i capelli rasati quasi a zero, mentre il terzo li aveva lunghi, unti e spettinati. Tutti e tre parlavano contemporaneamente ad alta voce, forse per vincere il volume dei rispettivi lettori MP3.

Dopo aver dato una rapida occhiata al gruppetto, Oscar sorrise impercettibilmente e rivolse lo sguardo alla campagna che scorreva fuori del finestrino. I tre si tolsero le giacche color cane, le sistemarono sul graticcio in alto e restarono in maniche di camicia. Il grassoccio ne indossava una a mezze maniche – un tempo doveva essere stata bianca – da cui traspariva la maglietta della salute. Le camicie degli altri due sembravano mongolfiere. Uno, in un triste quanto maldestro tentativo di essere stylish, aveva le iniziali ricamate sul polsino.

«Sediamozi qua, dèi, così ho lo spezio per appozzare la valizètta» esordì quello con l’abito color cane fulvo. Era impiccato in una cravatta dal nodo grosso come un carciofo. Oscar lo soprannominò mentalmente “Mezzemaniche”

«Figa, non ti rimetterai mica le cuffiètte dell’ipòd, vèèero? Che cazzo!» Fece l’altro con le penne di plastica nel taschino. Oscar decise che questo era “CazzoFiga”.

«Dai, baüscia, lo sèi che mi piace il rock» disse Mezzemaniche. «Ho tutta la collezione di Elvis! Sono un rockettaro sfegatato io. Adèsso apro anche il laptop, ho un checkmail del brief di ieri sugli assets. Sai che nella conference-call con gli olandesi abbiamo scoperto un threat a causa di un misunderstanding? Il capo del mio capo era furioso: il suo capo gli ha dato una bella lavata di capo.»

«Figa, non me l’aspettavo!» disse CazzoFiga il rasato. «Cazzo è un anno che lavoriamo insieme e non ti facevo metallaro.»

Il livello di sopportazione di Oscar per il prossimo ebbe un ulteriore, leggero calo.

«Macché metallaro, dèi» s’intromise il capellone che Oscar aveva ridenominato “L’Unto”. «Non ha detto mica Guns & Roses, Europe o Bon Jovi. Quelli sono asset da un milione di dollari a concerto! I loro consulenti finanziari fanno fatica con il cash-flow che devono gestire e vivono in conference-call perenne.»

«See, perché adesso gli Europe sono metallari?» incalzò CazzoFiga.

«I Guns and Roses fanno street rock non metal» pontificò Mezzemaniche.

«Zerto che voi due non capite un cazzo di musica!» finì l’Unto.

La serata a villa Ghiselli in compagnia di Nives

Nel frattempo erano entrati nella veranda del bar di Villa Ghiselli.

Oscar notò che era veramente un posto da sogno. Una tipica villa veneta il cui portico era stato rimodernato senza alterarne l’aspetto tradizionale. Era calda e ariosa al contempo e, dal poggio sul quale era stata costruita, la vista sulla valle toglieva il fiato. Nives consigliò di affidarsi al barman che – a suo dire – era tra i migliori della zona.

«Non serve ordinare, il mio amico Nicolò prepara i cocktail basandosi sulla fisionomia delle persone. Ad alcuni serve solo birra. E scadente, anche.»

Oscar, allora, si limitò a dire che non gradiva drink dolci con vino o frutta, facendo sbarrare gli occhi al barman. Quando Nicolò arrivò con i bicchieri, sul vassoio erano allineate una serie di ciotoline dal contenuto indecifrabile.

«Cosa sto per bere, Nicolò?»

«Un “Negroni sbagliato” che ho denominato MiTo. Due parti di Bitter Campari, due parti di Punt e Mes, una parte di gin Hendricks con l’aggiunta di una fetta di mandarino e un doppio lime-twist. Somiglierà a un sacco di cose che hai già bevuto, ma non sarà uguale a nessuna.»

«E con cosa me lo hai servito?»

«Mi fa piacere che tu abbia notato questa particolarità. Ci sono dei gherigli di noce con aggiunta di sale. Accompagnano per similitudine la china del Punt e Mes, e per contrasto il dolce del vermouth. I loro oli essenziali aiutano a rallentare l’assorbimento dell’alcool. Poi delle Noci Macadamia, anch’esse ricche di oli e, per finire, delle polpettine dolci fatte con fagioli di cacao e Fava Tonka. Mangiale nell’ordine nel quale le ho elencate.»

(Estratto dal capitolo 9 de “Il paese delle donne” di Ciro Iodice Napodano)

L’incontro con le Tre Madri al Convitto K

Prima di lasciare il braccio della donna, Oscar si sincerò che il polso continuasse a battere; quel potente mix analgesico poteva causarle un collasso. Fu allora che nella biblioteca del Convitto K si materializzò una scena grottesca e inquietante.

Tutte le porte che davano sui corridoi del piano terra si aprirono all’unisono, rivelando una silenziosa folla di giovani donne, tutte sotto la trentina. Alcune erano poco più che bambine. Tutte erano in evidente stato di gravidanza, indossavano una sorta di tunica bianca ed erano profondamente impaurite. Cautamente, a piccoli passi, si fecero strada nella biblioteca, posando con evidente curiosità lo sguardo sbarrato sui libri negli scaffali, sui quadri alle pareti e sull’enorme tavolo da riunioni.

Le tre Madri (da movieplayer.it)
Le tre Madri (da movieplayer.it)

Sembrava la prima volta che veniva loro concesso di entrare in quella specie di malvagia cattedrale. Alla vista del vecchio tramortito e del sangue sul pavimento, qualcuna si coprì gli occhi con la mano. A qualcun’altra sfuggì un gridolino di disgusto. Le più grandi abbracciavano le più piccole facendosi coraggio. Nessuna pronunciava una parola, nessuna osava guardare le due vecchie dritto in faccia. Quando l’enorme sala si riempì di giovani gestanti, un’altra porta, rimasta chiusa fino a quel momento, si spalancò fragorosamente. Sulla soglia apparve una bellissima donna dai lunghi capelli biondi, fasciata in un abito di seta nero che lasciava scoperte le spalle e il décolleté. Indossava scarpe dal tacco alto e sottile il cui colore argenteo richiamava i riflessi del prezioso collier che le cingeva il collo. Era stata lei che, con forza insospettata, aveva divelto la serratura e spalancato la porta.

Oscar la squadrò da capo a piedi.

La bellezza di quella donna era abbagliante, il suo sguardo profondo e magnetico lo fece sentire nudo. Tutte le ragazze osservavano mute, i loro sguardi fissi su di lei, che avanzò nella sala guardando dritto negli occhi Oscar. Sembrava una sfida tra duellanti, ma lui non si lasciò intimidire. Quando fu a meno di un metro, la donna esclamò ad alta voce: «Ma cosa volevi fare, povero imbecille? Credi davvero di poterci fermare, di sconfiggerci?»

(Estratto dal capitolo 10 de “Il paese delle donne” di Ciro Iodice Napodano)

All’obitorio di Bassano del Grappa

Con la cicatrice in fiamme, Oscar puntò uno sguardo gelido, dritto negli occhi del malcapitato receptionist mentre gli strappava la cornetta di mano e la sbatteva nel suo alloggiamento. L’altro fece per protestare, ma Fantoni, con la mano destra gli strinse il cellulare fra le dita, trasformandone lo sguardo in una smorfia di dolore. Dopo avergli torto il braccio, facendogli mollare la presa sul cellulare, lo prese alla gola e lo trascinò al di qua del bancone. Poi sillabando, pronunciò le parole:

«Ascoltami, mezza sega, sono in viaggio da ieri sera per vedere i due corpi che hai qui in congelatore, per Diaz! Non ho più voglia di aspettare né di ascoltare le tue insulsaggini mentre ti ecciti al telefono e ti trastulli il pistolino. Apri quegli ibernatori e levati dalle palle.»

«Ma, io…»

«Tu andrai via di qua, stasera, felice, contento e con le tue gambe se apri adesso quei cosi. Se invece mi fai aspettare ancora, non te lo garantisco. Come ti chiami?»

«Luca.»

«Luca…» Oscar fece una pausa che sembrò eterna, «APRI. ADESSO.»

(Estratto dal capitolo 1 de “Il paese delle donne” di Ciro Iodice Napodano)

Una serata al Bar Danieli di Bassano con i “Leoni” di Edoardo e i profumi di Jessica

Jessica aveva mantenuto la promessa, si era cosparsa di Magie Noire. Oscar ne aspirò il bouquet prima di liberarla dalla stretta. Lei lo guardò sorpresa e divertita.

«Io ho già bevuto una birretta ma forse non sono fuori tempo massimo per l’aperitivo» spiegò Oscar.

«Tardi per l’aperitivo? A Bassano? Ma figurati! Adesso ti porto a bere il Leone»

«Il Leone? E cos’è?»

«Un cocktail dalla ricetta segretissima…»

«Per Diaz! C’ho i segreti nel sangue, io.»

Per un attimo gli arrivò alle narici l’odore di candele fumose, rivide vecchie sedie di legno e fu circondato dal silenzio di una sala da preghiera. Scacciò via il ricordo annusando l’aria intorno a Jessica che sapeva di ambra, muschio e gelsomino. Chissà se la sua pelle aveva il sapore di crema alla vaniglia.

«Io pensavo a una seratina con un panino e una birretta, non ero preparato per tutta questa eleganza» continuò affascinato.

«Sono fuori luogo?» civettò Jessica.

«Sei bellissima.»

«Allora andiamo? Monta su!» disse Jessica invitandolo a sedere sul sedile del passeggero.

Parcheggiata la coupé in un vicolo del centro, entrarono al Bar Danieli. Jessica doveva conoscerlo bene perché si rivolgeva al barman chiamandolo per nome e lui preparò due aperitivi Leone che definì speciali.

Edoardo Miotti del Bar Danieli
Edoardo Miotti del Bar Danieli

Poi rivolgendosi a Oscar si presentò: «Ciao, io sono Edoardo, Edo per gli amici.»

«Ciao Edo, io sono Oscar. Cos’è questo Leone?»

«Bevilo e te ne accorgerai. Ricorda vagamente l’Americano, ma è più buono.»

Quando Jessica lo riaccompagnò all’hotel Canova poco dopo l’una di notte, Oscar aveva bevuto due Leoni, cenato con fajitas de camarones, pescado y papas e bevuto caipirinha al Santa Fé, un ristorante messicano.

Aveva concluso la serata con un terzo Leone al Leon Bar.

Jessica aveva tenuto lontano l’incubo, aiutata dai Leoni e dal Magie Noire. La ragazza aveva al collo la sciarpa di cashmere che Oscar le aveva offerto per proteggersi dal fresco serale. Sceso dalla BMW nera, fece il giro della vettura, avvicinandosi al finestrino del guidatore. Cacciò la testa nello spazio lasciato libero dal seno di Jessica e aspirò di nuovo l’aria intorno, come a volerne fare scorta. Poi, girò il viso verso quello di lei.

 

(Estratto dal capitolo 3 de “Il paese delle donne” di Ciro Iodice Napodano)

Quella sera alla birreria “Ai buei” di Bassano del Grappa, con Riccardo e Andrea

Lo scortò all’ingresso della birreria “Ai Buei”, una birreria sui generis, ospitata in un condominio del centro storico di Bassano. Dall’esterno “Ai buei” sembrava un negozio di merceria, con le tende a fiori per oscurare le vetrine, ma i gruppi di ragazzi con il boccale di birra in mano, fuori del locale, lo indicavano, senza alcun dubbio, come un posto dove si beveva, e bene.

L'interno della birreria
L’interno della birreria

La fauna era la più assortita: ragazzi e ultraquarantenni affollavano il locale in un mix di generazioni e di culture. Rumorosi ma pacifici, trascorrevano la serata bevendo, ridendo e facendo battute. Qualcuno, appoggiato a un pilastro abbozzava anche qualche avance. Oscar, con Luca, si fece strada tra i ragazzi alticci che sostavano fuori e, finalmente, raggiunse il banco.
«Due medie» disse Luca.
«Meglio quattro» rilanciò Oscar.
«Cosa ci facciamo con quattro birre medie?»
«Le beviamo, cosa se no?»
«Ma è un litro di birra, a stomaco vuoto.»
«Ma sì, è acqua! E poi, dopo il primo sorso, il tuo stomaco non sarà più vuoto.»
L’omone barbuto, dietro al banco impiegò quasi due minuti a spillare alla tedesca le quattro birre medie HB.

«Per chi sono le altre due?»
«Per voi due» rispose Oscar indicando il barman e il suo collega che portava lunghi basettoni e una barba scolpita in maniera bizzarra.
«Grassie, ma ne gavemo xa do’ verte de ‘a del banco.» soggiunse quello
«Vuol dire che berrete quelle, quando andrete de ‘a e queste quando verrete de qua. Salute!»
Senza attendere altro, Oscar fece tintinnare i boccali in un brindisi goliardico, si attaccò al suo mezzo litro e ne trangugiò più della metà in una sola sorsata mentre Luca lo osservava meravigliato e divertito.

Nel frattempo anche il barista con la barba scolpita e i basettoni si era avvicinato e, mentre Oscar mandava giù la sua birra, impugnò il boccale, fece un cenno di cincin, un sorriso, poi tirò un sonoro rutto e attaccò a bere.

Oscar aveva appena conosciuto Ricky e Toiz.

(Estratto dal capitolo 2 de “Il paese delle donne” di Ciro Iodice Napodano)

Un altro estratto da “Gli ultimi giorni del Fennec” ambientato in Libano

I due "piccoli ferri da stiro"
I due “piccoli ferri da stiro”

Vengono circondati da uomini e donne in camice bianco dall’aspetto nordeuropeo e spostati “sotto” la casa, dove i palestinesi, durante l’occupazione pacifica di Beirut, avevano scavato chilometri di gallerie, attrezzandole di ogni cosa, creando una “città sotto la città”.

Dispense alimentari, depositi di armi, ampie sale per l’esercitazione al tiro, rifugi blindati e attrezzatissime e fornitissime infermerie. E è proprio in una di queste che i due legionari, bruciati dal sole e dal fuoco, vengono trasportati. Non è un’infermeria da campo o qualcosa di rimediato alla bell’e meglio. È una sorta di piccolo ospedale, con una moderna attrezzatura per condurre operazioni chirurgiche, compresi gli strumenti per la rianimazione e l’anestesia generale. Chi ha attrezzato quel luogo, lo ha fatto in previsione di una guerra dura e difficile.

Il legionario rivede la vecchia con il turbante di stracci, che gli sorride e gli fa un gesto con la mano come per dirgli “Vieni con me”. Lui prova a muoversi, ma le forze gli mancano ed ha male dappertutto. Si gira dall’altro lato, cercando di scacciare quell’invito che non riesce ad accettare e si ritrova con il viso contro il viso di un’altra vecchia, anch’essa vestita di bianco, che rotea gli occhi tutt’intorno e muove le labbra senza emettere alcun suono. Indossa un alto diadema e dalla cintura in vita le penzola un mazzo di grosse chiavi. Non è spaventato da questa presenza, ma non si spiega perché non indossi abiti medici e si domanda come mai ci sia personale così anziano là. Poi la seconda vecchia si allontana appena la porta viene spalancata fragorosamente da una terza donna, giovane e bellissima, dai lunghi capelli biondi, fasciata in un tubino nero cosparso di paillettes. Ha la bocca color rosso fuoco e il suo sguardo intenso, una volta varcata la porta che ha aperto così violentemente, diventa dolce e sferzante al contempo. Ha le braccia tese e anche stavolta il legionario cerca di raccogliere le forze per alzarsi e correre da lei, ma le membra non gli rispondono, vorrebbe alzarsi, muovere le gambe ma non ci riesce in alcun modo. Poi una fiammata lungo il braccio lo richiama alla realtà.

Un dolore che sembra fatto di fuoco percorre le sue vene fino a raggiungere la sua testa e da lì esplode in tutto il corpo, ma proprio quando sembra che la fiammata stia per estinguersi, una morsa d’acciaio gli stringe il torace e un fremito gli scuote le membra. Una breve pausa e la morsa torna a serrarlo nuovamente per poi lasciarlo esanime e senza respiro. L’uomo apre gli occhi e si trova al centro di un gruppo di persone con il camice. Una di quelle persone, una donna, lo guarda con sguardo apprensivo e spaventato, poi accenna un timido sorriso, come rasserenata e ripone su un tavolino lì accanto, due oggetti attaccati a due lunghi fili.

Sembrano due piccoli ferri da stiro.

Un estratto da “Gli ultimi giorni del Fennec”, la nuova indagine di Oscar Fantoni

Il ponte dei Domenicani di Londra
Il ponte dei Domenicani di Londra

E’ una notte di metà giugno, ma nella capitale fa freddo. In quella capitale può far freddo anche in agosto. Specie a mezzanotte, quando il sole è sparito da ore dietro l’orizzonte e sotto la densa coltre di nubi spira la tramontana. Là, in quella capitale del nord Europa, la temperatura scende velocemente. Un giovane uomo dalla corporatura alta e muscolosa e gli abiti troppo leggeri per reggere quel vento e quel freddo, cammina a passo spedito sul marciapiede. Sembra che sappia dove andare, ma non è così. Gli ordini che ha ricevuto parlano chiaro: “Percorrere in entrambe le direzioni e su entrambi i marciapiedi la Upper Thames Street tra il Tower Bridge e il Blackfriars Bridge in attesa di contatto”. Il ragazzo ha già percorso due volte il marciapiede di destra e due quello di sinistra, facendo un giro in senso orario e uno in senso antiorario. E’ solo, infreddolito e non capisce il senso di quella missione. Come di molte altre, del resto. Quando arriva per la seconda volta sulla sponda illuminata del London Bridge, un’automobile con la guida a sinistra – un’Alfa Romeo GTV – gli si affianca e un uomo grasso dalla faccia sorridente seduto al posto del passeggero, gli si rivolge come se lo conoscesse da sempre:
«Saglie, guagliò.»
Il grassone sudaticcio e con la barba incolta, scende dalla vettura, gli lascia il posto anteriore e si sistema a fatica sullo scomodo sedile posteriore della coupé. Il giovane infreddolito, per un istante, prima di salire in macchina, chiude gli occhi a fessura, interrogandosi su chi possa essere quella gente dall’inconfondibile idioma. Con aria distratta scruta in lungo e in largo il parabrezza della vettura alla ricerca di quel bollino che – gli hanno detto – sarà il loro segno di riconoscimento. L’autista della GTV, un ragazzo di poco più vecchio di lui, guida tenendo una sigaretta tra le labbra con l’occhio sinistro socchiuso per il fumo che lo fa lacrimare.

targaBlackFriarsTrovato con lo sguardo il bollino, il giovanottone sale a bordo dell’Alfa Romeo. Percorrono qualche chilometro, poi l’autista parcheggia accanto a un condominio e il grassone, il cui odore di sudore satura l’abitacolo, scende dalla vettura. Prima di sparire nel condominio si rivolge al ragazzo con tono ironico puntandogli un dito dritto sul viso:
«Mò accummencia ‘o lavoro tuojo, Signor “Agenzia”. Dieci minuti e torno, non state in pensiero.» Il nome di fantasia, sulla bocca del grassone, appare grottesco, quasi ridicolo, a tratti offensivo.
«Tu pensa a fare bene il tuo, palla di lardo. Per te sono “Signore”, e quel dito… Quando torni ti dico dove te lo devi ficcare.»

12 maggio 1977: Piazza Giuseppe Gioacchino Belli

I cambiamenti non arrivano: te li cerchi. Non dico di aver cercato proprio il cambiamento che la mia vita subì quel giorno, ma di esserne stato comunque il protagonista. Se non fossi uscito dalla borgata, se non avessi scelto il liceo scientifico, se non avessi scelto proprio quello, se non avessi voluto scendere in strada contro la reprimenda del ministro Cossiga, se non… se non… Siamo quello che abbiamo vissuto ed io ho vissuto appieno quelle cose. Me le sono cercate, perchè non sono buono a starmente per fatti miei quando c’è qualcosa che non va. E quella proprio non andava.

Eravamo in un clima fortemente politicizzato, non come oggi, che i ragazzi vogliono fare i calciatori e le ragazze vogliono diventare veline per poi diventare fidanzate dei calciatori. Che poi, questi calciatori sembrano delle ballerine, esili e delicate che hanno paura di farsi male. Una volta c’erano Gigi Riva, Giuseppe Bruscolotti, Romeo Benetti. Uomimi e maschi che non risparmiavano mai lo scontro fisico. Piuttosto lo cercavano e perlopiù, lasciavano l’avversario a terra, dolorante. Ma del calcio non me n’è mai fregato nulla, come per la religione, la moda ed il pettegolezzo.

Politicizzato, dicevo. Ognuno dei ragazzi del liceo che frequentavo, si sentiva schierato a destra o a sinistra, più per la condizione della propria famiglia d’origine che per reali convinzioni ideologiche. Chi proveniva da famiglie agiate, di solito, era di centro o di destra. I figli delle famiglie operaie, di sinistra. I figli di operai che erano pure disagiati o con ulteriori problemi familiari finivano nell’ultrasinistra. Io dico che la scelta politica dei giovani negli anni ’70 era direttamente proporzionale a quanto incazzati fossero a casa e che scegliessero un determinato schieramento politico, per scaricare la colpa – o il merito – morale della propria condizione sociale sulla società, sul governo, sullo stato.

Quella volta scendemmo in piazza per manifestare contro il divieto di manifestare, imposto dal Ministero degli Interni presieduto da Francesco Cossiga. Perchè il governo approvasse quell’iniquo provvedimento, il precedente 22 aprile Cossiga relazionò in Parlamento con frasi del tono: « Deve finire il tempo dei figli dei contadini meridionali uccisi dai figli della borghesia romana ». Il provvedimento fu ampiamente appoggiato perfino dal Partito Comunista che vedeva nelle manifestazioni di piazza – spesso violente – un’aggressione armata allo stato.

Manifestavamo contro il governo, lo stato, il Ministero degli Interni, lo stesso Cossiga e contro il PCI che si smarcava da posizioni proletarie ed operaie. Un segno che ci sembrò l’inizio dell’imborghesimento di quel partito. Dopo, fu evidente che il nostro avversario era più cupo, minaccioso e sfuggente di quanto pensassimo.

Molti di noi – me compreso – erano completamente disarmati. Nessuno voleva fare del male a nessuno. Qualcuno aveva delle mazze di legno camuffate da asta portabandiera. Qualcun altro, però, era armato di tutto punto ed attuò contro tutti, vere strategie militari. Eravamo diverse migliaia, qualcuno dice 10.000, altri 100.000. Le forze dell’ordine erano scese in campo con 5.000 agenti in divisa in assetto antisommossa e chissà quanti altri in borghese.

Quando demmo inizio ad una sassaiola, le cose si complicarono e la polizia ci caricò ripetutamente. Furono gli esponenti “democratici” di alcune formazioni politiche parlamentari a negoziare con le forze dell’ordine che “concesse” il deflusso dei manifestanti in direzione di Trastevere. Ma fu una truffa e il rimedio si rivelò peggiore della malattia.

Quando fummo ben insaccati in una condizione da “OK Corral”, furono lanciati tanti lacrimogeni e si sentirono esplodere colpi di pistola. Di ogni calibro – dico adesso – piccolo e grosso. Ci sparavano addosso a sangue freddo. Come cani. Io, con un altro gruppetto di manifestanti amici ci stendemmo sotto un furgone posteggiato là ed aspettammo che le acque si calmassero, ma a pochissima distanza da noi, sul selciato c’era una ragazza sanguinante. Una del V anno del mio liceo. Qualcuno la caricò su una macchina ripartendo a tutta corsa e quello ci diede la speranza che ce l’avrebbe fatta. Ma non andò così.

Non ando bene per lei che ci lasciò la pelle e non andò bene per noi perchè – con i precedenti che avevamo – fummo subito accusati di essere stati gli autori di quel ferimento. Certo, le forze dell’ordine non potevano essere state: il proiettile mortale era un calibro 22 mentre loro – proprio da quell’anno – avevano adottato la tristemente famosa Beretta 92S Parabellum. Che è una calibro 9.

Quella notte non tornai a casa, andai a rifugiarmi nel luogo ocupato che già utilizzavamo da tempo per le nostre attività “politiche”. Costruivamo striscioni, disegnavamo dazibao, discutevamo sul da farsi, coltivavamo una cultura e intanto stavamo insieme. Era questo l’elemento più importante per noi allora: lo stare insieme e condividere i momenti della giornata. Forse una volta parlerò anche di questo posto.

Sotto casa mia, seppi poi, fu messa di piantone, una volante, La mia famiglia – mia madre e i miei fratelli – furono più volte interrogati sul dove fossi finito e sul quando sarei ritornato a casa. Non lo seppero mai, non tornai più a casa. Quel giorno stesso entrai in clandestinità, eludendo tutti i controlli e le ricerche che fecero su di me. Anche se non c’era stato alcun proceso, qualcuno mi aveva accusato, arringato e condannato. Non sarei vissuto a lungo in carcere, non potevo finire la mia vita a 18 anni senza aver fatto nulla. Non ho mai più rivisto la mia famiglia di allora. E non ho mai più utilizzato il mio vero nome. Una ferita che non si rimargina.